Perché Dio permette la sofferenza?

Capisco che questa domanda non sia solo un esercizio intellettuale, ma un grido che cerca di riconciliare il cuore con la realtà. Forse la risposta più profonda non sta nel trovare una spiegazione logica al dolore, ma nello scoprire che Dio stesso ha trasformato la sofferenza da condanna a strumento

Capisco che questa domanda non sia solo un esercizio intellettuale, ma un grido che cerca di riconciliare il cuore con la realtà. Forse la risposta più profonda non sta nel trovare una spiegazione logica al dolore, ma nello scoprire che Dio stesso ha trasformato la sofferenza da condanna a strumento di salvezza, non perché La ami, ma perché ama noi oltre ogni misura.

Santa Caterina da Siena, nel suo Dialogo con il Padre, ci offre una luce sconvolgente su questo mistero. Ascolta con quanta tenerezza Dio stesso spiega il perché delle spine:

"Vedi dunque che con la mia provvidenza Io racconciai il secondo mondo dell'uomo. Al primo non fu tolto che non germogliasse spine di molte tribolazioni e che in ogni cosa l'uomo non trovasse ribellione. Questo non è fatto senza provvidenza né senza vostro bene, ma con molta provvidenza e vostra utilità, per togliere la speranza del mondo all'uomo e farlo correre e dirizzare a me che sono suo fine, sì che almeno, per importunità di molestie, egli ne levi il cuore e l'affetto suo. [...] E però con provvidenza lo permise e dispose che il mondo gli germogliasse le molte tribolazioni: e per provare in loro la virtù, e della pena, forza e violenza che fanno a loro medesimi abbia di che remunerarli" [2].

Non è un Dio distante che osserva il male, ma un Padre che, nella sua infinita sapienza, permette che il mondo perda il suo falso fascino affinché noi non vi restiamo incagliati. Il dolore, in questa prospettiva, diventa paradossalmente una custodia: ci impedisce di accontentarci di un paradiso falso e ci spinge, talvolta con urgenza, verso l'unica vera pace.

Eppure, la fede non chiede di amare il dolore in sé, ma di trovare in esso la volontà di Dio che vuole il nostro bene vero. Sant'Alfonso Maria de' Liguori ci invita a questa fiducia radicale, che è l'antidoto alla disperazione:

"Abbandoniamoci dunque in tutto al beneplacito di quel Signore, ch'essendo sapientissimo, poiché ha data la vita per nostro amore, vuol anche il meglio per noi. Siam pur sicuri, e persuasi, dice San Basilio, che senza comparazione meglio procura Dio il nostro bene, di ciò che noi possiamo mai fare e desiderare" [1].

Mi chiedo se queste parole non suggeriscano che la risposta al "perché" risieda proprio in quell'abbandono fiducioso: Dio permette la sofferenza non come punizione cieca, ma come quel luogo oscuro dove, quando tutto il resto crolla, possiamo finalmente incontrare la Sua mano che ci sostiene. Non è una giustificazione del male, ma la certezza che nulla, nemmeno il dolore più atroce, è fuori dal Suo amore providente.

Spero che questo spiraglio di luce, portato dai testimoni della fede, possa offrire un po' di pace al tuo cuore in questa ricerca. Ti è sembrato che queste parole toccassero il vivo della tua domanda?

Queste sono le parole dei santi e della tradizione. Se anche questa è la tua domanda, parla direttamente con Faith — gratis, privato, senza bisogno di un account.
La tua risposta al perché?

Fonti

  1. [1] Sant'Alfonso Maria de' Liguori — Uniformità alla Volontà di Dio
  2. [2] Santa Caterina da Siena — Libro della Divina Dottrina — Dialogo della Divina Provvidenza
  3. [3] Sanctus Hieronymus (trans.) — Biblia Sacra Vulgata Clementina
  4. [4] Sanctus Aurelius Augustinus — De Catechizandis Rudibus
← Torna a Faith